Intervista a Rossella D’Andrea

Intervista a Rossella D’Andrea

E’ con noi Rossella D’Andrea coautrice della sceneggiatura del film Acqua di Marzo nonché interprete, presentato al santa marinella film festival  il 25 luglio 2017 e alla Festa del Cinema di Roma  nel programma ‘kino Panorama Italia’  di ‘Alice nella città’

 

Domanda d’obbligo a chi ha scritto il film: – come nasce un soggetto cinematografico da cui poi scaturiranno trattamento e sceneggiatura?

L’idea di Acqua di Marzo è nata da un’immagine, quella che poi è diventata l’inquadratura finale del film, un giovane uomo ed una giovane donna nudi sotto la pioggia; e da un titolo, Acqua di Marzo, appunto, che mi risuonava in testa. Dall’immagine di due giovani bagnati da un acquazzone estivo è partito il tutto, una storia che si è trasformata mille volte e che ha raccolto idee lasciate fermentare fin dal periodo di dopo le riprese di Spaghetti Story, l’opera prima di Ciro, che pure abbiamo scritto insieme, autoprodotto, pasciuto e coccolato fino all’uscita in sala, con modalità fieramente folli. un film che è diventato un caso, uno dei rari casi di film indipendenti “low budget” ad incassare al botteghino

 

Invece, per Acqua di Marzo abbiamo trovato un produttore, Bruno Altissimi di Albafilm 3000. E’ stata proprio la scommessa vinta con Spaghetti Story a portarci fortuna, dato che la proposta da parte del produttore è partita dopo aver visto Spaghetti al cinema e aver proposto a Ciro di produrgli l’opera seconda, che fosse ancora una volta scritta a quattro mani insieme a me!

 

La presenza di un  produttore sin dall’inizio della preparazione di un film può limitare la libertà degli autori?

In fase di scrittura, Ciro ed io abbiamo ricevuto massima libertà di espressione. Ma i vincoli e limiti produttivi si son lasciati sentire molto di più in fase di riprese e montaggio, e poi distribuzione: avere un produttore non significa necessariamente avere a disposizione tutto il budget, e dunque anche il tempo, di cui si avrebbe bisogno; e, soprattutto, non garantisce la distribuzione capillare o quantomeno adeguata alle attese che ogni autore ha per la sua creatura.

Acqua di Marzo ha scampato, credo, il pericolo che un’opera seconda venuta dopo un film fuori dagli schemi, fresco e ironico come Spaghetti Story rischiava di correre, ovvero la delusione da parte di tutti i fan che speravano in un sequel del film.

Acqua di Marzo, per la gioia e la sorpresa mia e di Ciro, è stato apprezzato in maniera trasversale, da giovani e anziani, da pubblico e critica. Rispetto all’esperienza avuta con Spaghetti Story, sono mancati un po’ i festival in giro per il mondo, ma questo credo sia in parte dovuto alla politica che il produttore ha scelto di applicare.

 

Oltre che ad aver scritto il film con Ciro De Caro ed avere interpretato il personaggio di Francesca, sei anche intervenuta nella fase di montaggio?

Con Acqua di Marzo ho sviluppato un rapporto molto materno. Seguire per circa due anni un progetto, esserne coinvolta in ogni fase del suo sviluppo, da quella embrionale, alla gestazione, nascita, e poi avere addirittura come sede del montaggio casa mia, non è esperienza che capita a tutti, tutti i giorni, io mi sento molto fortunata! L’esperienza di essere al contempo autrice ed interprete in un film, poi, è davvero illuminante, e mi ricorda come ogni fase del lavoro (sceneggiatura, regia, interpretazione, montaggio) ne rappresenta una vera e propria riscrittura, e che ogni partecipante ne è in un certo senso autore. Ogni film è frutto di un lavoro di squadra, e potrei dire che il Cinema è lo sport più bello del mondo!

 

La scelta degli attori, a prescindere dal personaggio di Francesca, Ha presentato problemi?

Mentre riguardo a me e Claudia Vismara, Ciro aveva deciso fin da subito che saremmo state rispettivamente la Neve e la Francesca di Acqua di Marzo, la scelta del protagonista maschile è stata più tormentata. Roberto Caccioppoli è arrivato nelle fasi finali di un casting durato fino a poche settimane dall’inizio delle riprese, è riuscito a convincere Ciro, ed ha donato al personaggio di Libero la sua personalità dalle sfumature inaspettatamente innocenti e fresche; anche qui, l’ennesima “riscrittura” che dona quel qualcosa di inaspettato e vivo ad un film.

Altro elemento che rende per me speciale questo film: l’esilarante personaggio di Don Gianni è stato interpretato dal mio papà, attore ed istrione nato, ma alla sua prima apparizione sul grande schermo. La sua interpretazione non ha deluso, anzi! Ha riscosso davvero tanta simpatia fra il pubblico, e ha fatto di Don Gianni un personaggio che resta nei cuori; assieme al mio, devo dire, e di questo sono davvero tanto orgogliosa, e grata a Ciro e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo progetto.

 

L’accoglienza del pubblico?A Santa Marinella?

Come per Spaghetti Story, Ciro ed io abbiamo seguito personalmente la promozione del film, impegnandoci ad incontrare il pubblico in sala dopo le proiezioni, svelando retroscena, rispondendo alle curiosità, raccontandoci. Credo che instaurare un rapporto diretto col pubblico sia fondamentale; per Spaghetti Story fu di fondamentale importanza, dato che nessuno allora ci conosceva, ed è un approccio vincente che dopo di noi è stato adottato da altri autori indipendenti.

E’ per questo motivo che festival di taglio “popolare”, dove il pubblico è fatto di affezionati amanti del cinema e non di “addetti ai lavori”, come quello di Santa Marinella, si sono rivelati per noi un pieno di soddisfazioni, regalandoci quello scambio che spesso a chi fa cinema manca, soprattutto all’attore che fa cinema. Sentire dal vivo gli applausi della platea, ricevere complimenti e critiche guardando negli occhi chi te li fa, è un po’ come ricevere ciò che in teatro invece ti arriva costantemente dandoti energia e motivazione.

I riconoscimenti più belli, sia nel caso di Spaghetti Story che in quello di Acqua di Marzo, ci sono arrivati “dal basso”, dai festival “piccoli” ma genuini. A riprova che il nostro è un cinema che vuol parlare alla gente della gente come noi.

Io vorrei che il cinema italiano diventasse sempre più coraggioso. Che i produttori osassero di più, lasciando più spazio al loro fiuto artistico nella scelta dei progetti da realizzare, e meno spazio a cifre, statistiche e trend. Il pubblico italiano è onnivoro come quello estero, e sicuramente ama e cerca il bello, desidera essere coinvolto, emozionato, stupito. Ma come qualsiasi onnivoro, se il convento passa solo patate, lui si adatterà a mangiare solo patate, magari cucinate i modi diversi, ma finirà per aspettarsi e, alla fine, desiderare solo quelle.

Io vorrò sempre raccontare di ciò che conosco. Ripeto spesso che l’unica maniera per poter rendere una storia universale è quello di raccontare il proprio mondo, di raccontare il particolare. Perché raccontare ciò che si conosce bene è l’unico modo per poter dire il vero. E il vero è universale, perché nel vero è difficile non riconoscersi, anche se la verità è scomoda, anche se a volte fa male.

 

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

santa marinella film festival

 

 

 

Intervista a Max Nardari

Intervista a Max Nardari

Abbiamo con noi Max Nardari, laurea in Lettere e filosofia all’Università di Bologna con una tesi su Pedro Almodóvar regista del film La mia famiglia a soqquadro, presentato  in anteprima mondiale al Festival Skip City International di Tokyo, in America al Bahamas International Film Festival (classificandosi tra i 4 finalisti italiani) e  al santa marinella film festival il 26 luglio 2017 insieme al corto dello stesso autore, Uno di noi

 

Cominciamo con una domanda di rito: come è nata l’idea del film?

L’idea del film La mia famiglia a soqquadro, che ho presentato con grande successo qui in Italia al festival di Santa Marinella è molto originale.

Racconta la storia di un bambino di 11 anni che entrando nel nuovo mondo delle scuole medie si trova di fronte ad una realtà inaspettata: è l’unico della classe ad  avere ancora i genitori insieme per cui si sente un diverso! Da qui scatta in lui l’idea diabolica di far separare i suoi genitori per diventare un bambino come tutti gli altri! Nel cast: Marco Cocci, Bianca Nappi, Gabriele Caprio, Ninni Bruschetta, Eleonora Giorgi, Luis Molteni.

Il film invita a riflettere sul nuovo concetto di famiglia: avere una famiglia solida, basata sui valori tradizionali, non viene più vissuto come un plus valore ma come un disagio. L’obiettivo è far sorridere ma allo stesso tempo riflettere su una situazione sociale tipica dei nostri tempi e sul diverso modo che hanno gli adulti e gli adolescenti di interpretare le vicende della vita.

Quando tempo fa ho presentato il progetto del film La mia famiglia a soqquadro, molti produttori si sono detti interessati, facendomi però aspettare inutilmente diversi anni. E’ stato molto frustrante. In situazioni del genere, si arriva a un bivio: o si cambia mestiere, oppure si sceglie come ho fatto io l’autoproduzione.

Io venivo da un’altra esperienza, avevo già fatto un altro film nel 2015 Love pret a portè, un film in coproduzione tra l’Italia e la Russia, con grande fatica e senza essere riuscito a farlo come volevo veramente. Nel cast: Andrea Preti, Giancarlo Giannini, Alessandro Borghi, Giancarlo Giannini, Alessandro Borghi, Nino Frassica, Paolo Coticini e Tosca D’Aquino.

E’ così che nel 2016 ho deciso di produrre La mia famiglia a soqquadro autonomamente con la mia casa di produzione indipendente Reset Production e sono molto soddisfatto del risultato perché il film mi rispecchia, è in parte autobiografico ma è anche stato liberamente ispirato dal libro Figli violati di mia madre,  Renea Rocchino Nardari, avvocato rotale e matrimonialista.

Il libro tratta temi delicati e drammatici, e tratti dalle carte processuali, mentre io ho voluto raccontare con il sorriso e leggerezza tematiche profonde come la disgregazione familiare, l’omologazione e il bullismo. La mia famiglia a soqquadro infatti, nel dipanarsi di una trama costruita su equivoci e incomprensioni, affronta delicatamente ma con incisività narrativa anche temi importanti come l’importanza dello status symbol e del denaro ed il il rapporto con la tecnologia delle nuove generazioni, alle prese con un cambiamento radicale nelle modalità di relazione, in cui essere amici su Facebook, o ricevere un “like” sembra davvero più importante rispetto ad un’interazione diretta con le persone. A guidare le danze del piano di Martino, infatti, è proprio il cellulare, oggetto tanto agognato dal piccolo protagonista ma abbastanza invadente da portare il suo modesto piano verso direzioni inaspettatamente complicate.

Il tutto sullo sfondo di un bullismo che spesso nasconde un disperato bisogno di affetto, una necessità essenziale e compensabile solo con la moneta dell’amore, un valore che i genitori, separati o no, non dovrebbero perdere mai di vista nell’intento di crescere figli sereni e non problematici.

 

 

Tanto impegno ha dato i risultati sperati?

Il film è uscito recentemente in tutta Italia in una trentina di sale sparse in tutta Italia nei circuiti multiplex UCI e The Space , è stato venduto in vari paesi dell’Asia e sulle linee aeree inglesi , inoltre dall’America mi hanno chiesto i diritti di remake del film, e questa è sicuramente la soddisfazione più grande, dato che spesso in Italia si fanno remake di film stranieri, e nel mio caso invece sembra stia accadendo il contrario.

 

Grande successo anche per Uno di noi?

Con la mia casa di produzione e la Onlus Engim, ho prodotto anche  il cortometraggio Uno di noi  presentato con successo al festival di Santa Marinella. Un corto delicato che tratta il tema dell’adozione e dell’integrazione razziale con protagonisti i bravissimi Simone Montedoro ed Euridice Axen reduci dai successi del piccolo schermo.

Il corto, co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri è stato scelto fra tantissimi e mess in onda in anteprima il 7 luglio 2017 su RAI 1 alle 2.00 ottenendo uno share dell’8%, molto alto per quell’ora, con 160.000 spettatori.

 

Lo spettacolo va avanti?

Si, ho già in cantiere il prossimo progetto: Lui & L’altro, un film commedia contro l’omofobia sullo stile del film francese Quasi amici che nasce da un mio corto omonimo distribuito da Rai cinema che ha avuto come protagonista Alessandro Borghi diventato poi   un nome molto importante nel cinema italiano.

 

Hai già un produttore?

No ma ho deciso di continuare a produrre con la mia casa di produzione per poter realizzare in totale libertà anche questo progetto; la difficoltà è ovviamente trovare i finanziamenti, cosa ormai sempre più difficile in Italia. Al  momento abbiamo vinto un bando Imaie e siamo molto orgogliosi essendo tra le 4 case di produzioni in Italia finaliste. Questo è un lavoro molto difficile , soprattutto per un regista come me da poco si sta cimentando anche nella produzione, ma mi sto rendendo conto che è solo la grande passione per il cinema che mi fa andare avanti.

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

santa marinella film festival

 

 

 

Intervista a Mariano Di Nardo

Intervista a Mariano Di Nardo

E’ con noi Mariano Di Nardo vincitore, insieme a Andrea De Sica e Gloria Malatesta, del Premio per la miglior sceneggiatura dedicato a Maria Pia Fusco per il film I figli della notte di Andrea De Sica, presentato al santa marinella film festival  il 3 agosto 2017.

Il nostro ospite si è formato all’Università di Bologna e al Centro Sperimentale di Roma; ha vinto due volte il prestigioso Premio Solinas per la sceneggiatura e una terza è arrivato finalista

 

 

Come è nata l’idea del film?

Prima di tutto voglio ringraziare la Giuria  per questo premio: E’ la prima volta che ricevo un premio per una sceneggiatura che poi viene realizzata quindi è un premio che mi fa e ci fa particolarmente piacere soprattutto perché è dedicato alla memoria di Mariapia Fusco una firma che abbiamo letto per anni e di cui conosciamo anche la carriera di sceneggiatrice, quindi è un premio che ci fa ancor più felici e di cui siamo onorati.

Per quanto riguarda la genesi del film, quando io e Andrea (De Sica ndr) abbiamo iniziato a parlarne, c’era il desiderio di raccontare il sentimento dell’abbandono sperimentato, per la prima volta, da questi adolescenti mandati dai loro genitori in delle scuole a cui viene di fatto affidato il compito di educarli al posto loro, naturalmente parliamo di famiglie di altissimo rango. Inoltre ad entrambi piaceva l’idea di raccontare una storia di amicizia a quell’ età, ma in un contesto tutto sommato inedito, almeno per quanto riguarda il cinema italiano.

 

Come avete sviluppato la sceneggiatura?

Facevamo delle lunghe “chiacchierate” di molte ore poi io scrivevo secondo il mio modo di vedere e pensare e lo mandavo ad Andrea al quale andava sempre tutto bene ma poi apportavamo sostanziali modifiche per cui la sceneggiatura si è conclusa in itinere,

 

Qual è stato l’iter produttivo del film I figli della notte?

Io e Andrea abbiamo scritto il soggetto e poi ci siamo messi alla ricerca di un produttore. È così che ci siamo imbattuti nella VIVO FILM di Gregorio Paonessa e Marta Donzelli, due produttori coraggiosi e appassionati che da sempre prediligono un cinema lontano dalle convenzioni. Direi che la fortuna di questo film è cominciata da questo incontro.

 

Il risultato ha soddisfatto le vostre attese?

Moltissimo. È andato anche oltre le nostre aspettative. Gode di un apprezzamento trasversale, perché è piaciuto sia alla critica, sia al pubblico. Capita spessissimo che alla fine di una proiezione le persone si fermino a parlare, a volte anche a lungo… evidentemente è un film che tocca delle corde profonde, turba, lascia qualcosa. E questa per tutti noi è la soddisfazione più bella.

 

Com’è stata l’esperienza del Santa Marinella Film Festival?

Anche qui la proiezione ha avuto una bellissima accoglienza, un buonissimo riscontro, un ampio scambio di opinioni. Il film negli ultimi mesi ha girato molti festival di questo tipo, che per un’opera prima sono preziosissimi, dato che permettono ad un film che ha avuto una tenitura breve in sala, di arrivare lo stesso al pubblico. E la partecipazione ai dibattiti degli spettatori è sempre molto viva, per cui non è solo un modo per farci conoscere, ma è anche e soprattutto un’occasione di dialogo, di confronto e quindi di crescita.

Spero di essere nuovamente a Santa Marinella magari con la sceneggiatura di un’altra opera prima.

 

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

santa marinella film festival

 

 

Intervista a Marco Segato

Intervista a Marco Segato

E’ con noi Marco Segato, vincitore del Premio per la miglior regia con il film La pelle dell’orso presentato al santa marinella film festival  il 27 luglio 2017, laureato con una tesi su Martin Scorsese, assistente alla regia al film di Carlo Mazzacurati La giusta distanza e, prima di realizzare il suo primo lungometraggio regista di documentari e di Pensavo fosse Bach, concerto-spettacolo di Mario Brunello, per rispondere, come di rito a qualche breve domanda

 

Com’è nato il film?

Il film è nato dove aver letto il libro da cui ho tratto il film La pelle dell’orso, edito da Guanda.

L’autore del libro Matteo Righetto era un collega di università e da anni non ci vedevamo. Un giorno ci siamo rivisti in stazione a Padova mentre aspettavo il treno per Roma. Mi chiese di leggere il libro uscito due giorni prima, io lo comprai li e durante il viaggio me ne innamorai. Ho subito pensato potesse diventare un bel film dove si potevano mischiare i canoni del film d’avventura, di viaggio di formazione e le tante istanze letterarie che mettono l’uomo di fronte alla natura. Ho pensato allo scenario straordinario delle Dolomiti, a Marco Paolini come protagonista e a un orso che avrebbe incarnato tutte le paure del giovane protagonista.

 

Riferimenti, metafore?

Il rapporto tra il padre e il figlio è il cuore pulsante del film, il nodo da sciogliere e la vera sfida da superare per il giovane protagonista. Il tema è attuale nella misura in cui oggi si parla molto di educazione, di rapporti familiari, di difficoltà di dialogo, ma questo è un tema universale radicato profondamente nelle narrazioni di tutti i secoli, è in qualche modo un archetipo narrativo su cui sono strutturati racconti, fiabe, romanzi e inevitabilmente tantissimi film.

Oltre a questo c’è l’uomo che sfida la natura, e nel farlo diventa adulto. Anche questo è un archetipo narrativo di tutte le fiabe e i racconti di formazione: il ragazzo sfida l’orso e nel farlo supera le paure che si porta dietro il diventare adulto.

 

L’iter per la realizzazione dell’opera?

Il percorso per  realizzare il film è stato relativamente veloce, ci sono voluti tre anni da quando abbiamo acquistato i diritti a quando il film è stato ultimato. Questo grazie all’ottimo lavoro del produttore Francesco Bonsembiante che è riuscito a coinvolgere numerose aziende private che grazie al tax credit sono entrate nella produzione del film. Abbiamo avuto comunque tutto il tempo per scrivere il film (ci sono state quattro stesure della sceneggiatura) e per fare i numerosissimi sopralluoghi necessari a dare realismo e verità alla storia.

 

Il rapporto con gli attori  e con Maeco Paolini in particolare ha presentato problemi?

Il rapporto con gli attori è stata per me una vera e propria sfida, venendo io dal documentario non avevo grandi esperienze alle spalle. Con Paolini c’è un intesa che nasce dal fatto che sono anni che lavoriamo insieme, eravamo d’accordo sul fatto che il suo personaggio avrebbe parlato poco e che avrebbe dovuto essere distante da quello che la gente trova a teatro. Paolini inoltre è anche cosceneggiatore e il suo personaggio l’ha costruito alla perfezione già prima di arrivare sul set. Con Leonardo Mason invece abbiamo lavorato sulla naturalezza cercando di preservare le cose naturali che un ragazzo della sua età si porta dentro. Tutti gli altri attori vengono dal teatro, e anche con loro ci conoscevamo già da tempo, questo ha reso il mio lavoro di direzione d’attore molto più semplice e naturale.

 

La risposta del pubblico e della  critica ha soddisfatto le attese?

 Il film, nonostante sia uscito in circa trenta copie, ha avuto un ottimo riscontro di pubblico ho fatto tantissime presentazioni e ho trovato sempre grande partecipazione dagli spettatori, colpiti dal ritmo lento, dal silenzio e dalla forza della natura. Anche il percorso ai festival è stato molto gratificante, siamo stati invitati ad oggi a circa 40 festival in Italia e all’estero (sono stato in Corea del Sud, in Canada, in Giappone e ben sette volte i Francia). Il Film ha vinto il Grand Prix ad Annecy, il premio Flaiano Opera prima, il Globo d’oro per la fotografia e sono stato candidato ai David di Donatello come miglior regista esordiente. E infine qualche giorno fa è arrivato anche il premio per la miglior regia al santa marienella film festival, una manifestazione storica ed importante dove una Giuria di grande livello ha scelto il nostro film – tra altri di alto livello – e questo ci dà un’enorme soddisfazione.

 

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

santa marinella film festival

 

Intervista a Marco Danieli

Intervista a Marco Danieli

Marco Danieli, regista emergente con La ragazza del mondo, premiato con un David di Donatello per la sezione opere prime, presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e al santa mari nella film festival il 29 luglio 2017, sin da giovanissimo si unisce a Zona Franca, collettivo di sperimentazione teatrale, nel 2007 si diploma in regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed oggi è qui per rispondere alle nostre brevi domande di rito.

Un tema particolare, quello trattato dal film, inusitato. Come è nata l’idea?
E’ ispirato a una storia vera basata sulla testimonianza di un’amica comune, mia e del mio cosceneggiatore Antonio Manca.

Da lì siamo partiti con un’indagine più approfondita; abbiamo incontrato dei Testimoni di Geova a Roma in una Sala del Regno; abbiamo fatto delle interviste a Testimoni di Geova usciti dalla Comunità, abbiamo avuto un consulente, un ex Testimone di Geova, che ha scritto un libro autobiografico sulla sua esperienza e che poi ha letto tutte le varie stesure della sceneggiatura.

Pian piano abbiamo scoperto un mondo che non conoscevamo; quindi  è stata molto importante tutta questa fase di ricerca per essere il più verosimile possibile.

 

Nel film si possono notare due momenti: la premessa culturale sulla teocrazia restaurazionista del movimento e le conseguenze che tale “credo” può comportare una volta i Testimoni entrino in contatto con il ” mondo”.

Abbiamo pensato  fosse giusto dare un’immagine la più obbiettiva possibile della formazione culturale dei Testimoni di Geova, con molta calma, tranquillità e serenità per sottolineare poi a cosa può portare una teologia morale, così intensamente vissuta separatamente dal reale quando poi viene messa a confronto con questo, con il quotidiano, con le passioni e pulsioni di una giovane donna.

Noi volevamo in qualche modo contrapporre questi due mondi: il mondo un po’ più ovattato,  protetto, come sotto la campana di vetro della prima parte della sua vita, cioè dei Testimoni di Geova al mondo vero tra virgolette cioè quello che i Testimoni definisco “mondo” ovvero il luogo della perdizione. Le persone del mondo per loro sono le persone che non appartengono alla comunità quindi quello è il luogo dove  non bisogna andare per non perdersi, è il luogo di perdizione per eccellenza diciamo inteso biblicamente.

La cosa che rimane sostanziale è la linea di trama cioè di un doppio percorso di emancipazione da due dipendenze; dalla religiosità sussunta nell’ambiente in cui era nata e cresciuta in cui lei comunque credeva, dall’amore prima col ragazzo sbagliato poi da Libero cioè dal personaggio interpretato da Michele Riondino che è un secondo momento di coraggio di lotta di un passaggio anche doloroso che però le permetterà probabilmente in futuro di capire che cosa vuol fare veramente lei della sua vita, lei che all’inizio del film sembra estremamente  fragile si  rivela poi il personaggio più forte.

due contrapposizioni ma fra due dipendenze in cui la ragazza è il simbolo della fatica di essere se stessi;

 

La peculiarità del tema trattato ha creato problemi alla distribuzione?

Quando è stato annunciato  l’invito a presentare il film al Festival di Venezia, alcuni giornali nazionali hanno parlato del film e mi hanno fatto delle interviste. A quel punto abbiamo registrato   che sui social network, su internet c’era un grande pregiudizio negativo dei Testimoni nei confronti del film è un pregiudizio invece molto positivo da parte degli ex Testimoni, ma non c’è stata una presa di posizione ufficiale da parte della Comunità dei Testimoni di Geova riguardo al film..

C’è stato riferito che nelle Sale del Regno ne è stata sconsigliata la visione; sappiamo anche che alcuni giornalisti hanno ricevuto delle lettere, da parte dell’ufficio stampa della Comunità dei Testimoni di Geova, che lamentavano i toni usati dal giornalista nell’articolo; però non chiedevano di essere pubblicati. Diciamo che questo rientra nello stile riservato dei Testimoni che non hanno piacere a parlare, confrontarsi in pubblico sui propri temi religiosi.

E’ successo pure che gli esercenti delle sale nelle quali il film si sarebbe proiettato invitassero la congregazione locale a partecipare alla proiezione e ad un eventuale dibattito. Sostanzialmente loro con molta educazione hanno declinato l’invito spiegando che non prendono parte a discussioni pubbliche sulla propria religione.

Grande riscontro invece da parte degli ex Testimoni che spesso mi aspettano al termine della proiezione per dirmi che hanno amato il film, che si sono visti rappresentati, che lo hanno trovato realistico. Questo per quelli che ho incontrato sia in Italia che all’estero perché poi il film fortunatamente ha girato parecchio nei festival stranieri che sono ovunque e dove ha riscosso pareri più che positivi così da avere la distribuzione nelle sale italiane di Bolero Film un risultato positivo per un’opera prima drammatica.

 

Il risultato del film è anche dovuto alle indiscutibilmente ottime prove di tutti gli interpreti. La protagonista è così convincente da ingenerare il dubbio che sia veramente una Testimone

Sara Serraiocco la protagonista femminile è un’attrice e non è una Testimone di Geova. Era una danzatrice scoperta da due registi siciliani, Grassadonia e Piazza che hanno esordito nel 2013 con un film Salvo (*) che vinse il premio de la semaine de la critique a Cannes: la scelsero come protagonista, quindi lei iniziò così in grande stile.

Una volta che abbiamo finito il promo abbiamo capito che doveva essere lei e quindi le ultime stesure di sceneggiatura le abbiamo scritte pensando a lei quindi le ho cucite su di lei. Nel frattempo lei ha fatto altri 3 o 4 film e sarà a Venezia con  un altro film, Gli ultimi sette mesi li ha passati in America a girare una serie americana di quelle grosse quindi sta lavorando su più fronti.

E’ un’attrice molto espressiva, in maniera naturale, perfetta per il cinema. Ha anche qualcosa di un po’ misterioso nello sguardo che sembrava perfetto per il personaggio che poi avrebbe dovuto interpretare. Avere anche questo lato spirituale.

Diciamo che la performance è stata buona anche grazie al fatto che lei è Michele Riondino mi hanno dato la possibilità di provare prima di girare. Non è scontato che in un film, non solo piccolo ma anche grande, gli attori arrivino così preparati sul set perché spesso magari stanno girando altre cose, Arrivano fanno due letture di copione col regista e poi girano; invece noi siamo stati una decina di giorni a provare tutte le scene madri. C’era anche Antonio (Manca) che affinava  man mano i dialoghi; a volte abbiamo addirittura messo in discussione l’articolazione interna di una scena e quindi siamo arrivati sul set che eravamo tutti più sereni.

Le prove le abbiamo fatte nei sotterranei del Centro Sperimentale nei locali delle moviole che non ci sono più, ormai in disuso.

 

Il film vuol essere una denuncia contro ogni tipo di manipolazione, ogni radicalizzazione.

Di qualsiasi genere esse siano, sono negative; la storia narrata nel film può essere considerata così una metafora estensibile a molte situazioni analoghe.

 

 

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

santa marinella film festival

 

 

(*) (Salvo opera prima di Grassadonia e Piazza,  prodotto  da Massimo Cristaldi era un film originariamente privo di distribuzione in Italia. Un film impegnato e impegnativo che i distributori lo evitavano. Il santa marinella film festival ha avuto il coraggio di presentarlo. ndr)

Intervista a Daniela Poggi

Intervista a Daniela Poggi

Siamo alla serata finale della XIII edizione del santa marinella film festival con Daniela Poggi, vincitrice del Premio per la migliore interpretazione femminile nel film L’esodo di Ciro Formisano, presentato il 1° agosto 2017 in prima nazionale.

Per Daniela Poggi non c’è bisogno di presentazione, basti ricordare che ha esordito giovanissima in teatro con Walter Chiari e proseguito la sua brillante carriera con il gotha del cinema non solo italiano: da Steno a Corbucci, da Pasquale Festa Campanile a Claude Chabrol, da Luciano Salce a Ettore Scola,

 

questa premessa per chiedere alla nostra ospite un giudizio, una riflessione su questa ultima esperienza.

Intanto voglio ringraziare tutti i miei amici, colleghi perché in un film, anche se la storia è imperniata su un personaggio e pensi di essere una protagonista, in realtà poi sei in una barca, si è tutti insieme, si lavora tutti insieme.

Non c’è un protagonismo, non c’è un vissuto da  individuo; c’è la condivisione sempre quasi 24 ore su 24. Il risultato che viene dalla tua interpretazione non è solo grazie al regista che ti dirige, non solo all’operatore, al direttore della fotografia, ma anche ai colleghi che ti stanno intorno, che lavorano insieme a te, con i quali si crea un feeling assoluto. Se questo non ci fosse stato non mi sarei mai o meglio, Francesca non si sarebbe mai avvicinata a quell’uomo (Peter ndr) se non fosse stato lui con la sua faccia, con i suoi occhi, con la sua anima;  Francesca non avrebbe avuto questo afflato, non avrebbe avuto questo interesse a conoscere questa persona un po’ particolare.

La stessa cosa posso dire per mia nipote che è stata capace come attrice giovanissima di rendere due facce della stessa medaglia cioè una realtà che tante ragazzine vivono oggi di cinismo quasi di crudeltà nei confronti degli adulti, dei genitori, dai quali vogliono assolutamente ottenere quell’oggetto (il telefono mobile ndr) perché quell’oggetto è un must e se non hai quell’oggetto non sei più nessuno quindi quella necessità di essere visibile anche attraverso i gadget e quindi all’inizio interpreta un personaggio molto antipatico per poi sviluppare invece un amore, una dolcezza attraverso i suoi occhi e questo grazie alla sua bravura, al suo talento. Così come le altre mie colleghe: vedi la scena che noi abbiamo girato dove  lei è una semplice barista e poi si lascia andare a un pianto dirotto. Eravamo lì che facevamo a gara a chi piangeva di più.  Io piango spesso in questo film ma lei pure e quindi è stato un po’ come dimenticarsi di tutto per darsi totalmente a quello che era il nostro obiettivo: far vivere questa storia, far ricordare questa realtà, fare in modo che chi ancora non avesse avuto occhi per vedere e orecchie per intendere venisse a conoscenza che c’erano delle persone alle quali è stata tolta la dignità della loro esistenza.

Per me, come attrice è chiaro che è importante lavorare su dei personaggi, su dei ruoli che ti danno la possibilità di lavorare sulla tua sensibilità, sul mettere in discussione anche te stessa e cercare di capire quali siano le tue corde, perché poi ogni attore ogni volta che interpreta un personaggio è una nuova volta è un nuovo viaggio dentro se stessi che spesso e volentieri scava realtà drammatiche che fanno anche male.

 

Dunque una nuova tappa in una prestigiosa carriera con un regista esordiente!

Io ho cominciato a lavorare che era il ’77 e già allora mi dicevo: – se riuscirò a fare anche la nonna vorrà dire che avrò fatto una bella carriera.- Ci sono riuscita, meno male, sono riuscita a fare una  nonna quindi adesso continuerò con la nonna e anche la bisnonna.

Ritengo sia  molto importante  metterci nelle mani della nuova generazione perché loro oggi hanno un altro occhio, hanno un’altra capacità di visualizzare le immagini, hanno un taglio registico completamente diverso.

Io mi sono totalmente affidata a Ciro. totalmente nel senso che noi ci siamo incontrati, abbiamo letto il copione insieme, l’abbiamo rielaborato un po’,  l’abbiamo studiato, dopodiché ho detto:-  io non voglio più partecipare come  Daniela Poggi che guarda Daniela Poggi attrice, voglio assolutamente essere Francesca che viene diretta da te quindi ti prego abbi cura di me. Gli ho detto proprio così e così è stato.

Ma la cosa più divertente era che sotto i portici mi mettevano veramente le monetine e ogni tanto dovevamo rincorrere le persone: –  scusi, noi siamo un film … scusate … no tenga, …  tenga … per favore.

Un’altra cosa veramente incredibile: c’era la colonna presso la quale io ero  in ginocchio, come avete visto, e a pochi centimetri c’era il barattolino 8per raccogliere l’elemosina. ndr)  con il cartello “esodata”. Beh voi non potete immaginare quanta gente camminava, parlava, leggeva, parlava al cellulare a voce alta e non vedeva niente ne il barattolino ne il cartello e li calpestava,  ma non sai quante volte.

Non hai idea, tu che sei lì, in basso di quale realtà umana scorgi: è proprio drammatica.

A questo proposito ho letto che in Danimarca hanno cominciato a mettere delle lucette a led ai passaggi pedonali per strada per abbagliare quelli che attraversano guardando il cellulare perché li mettono sotto con la macchina.

 

E l’accoglienza del pubblico a Santa Marinella?

Straordinaria, commovente; ha recepito con sensibilità e attenzione il tema, il problema e il personaggio regalandoci quell’applauso che per noi ha avuto il significato di vittoria.

 

 

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

santa marinella film festival