Marco Danieli, regista emergente con La ragazza del mondo, premiato con un David di Donatello per la sezione opere prime, presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e al santa mari nella film festival il 29 luglio 2017, sin da giovanissimo si unisce a Zona Franca, collettivo di sperimentazione teatrale, nel 2007 si diploma in regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed oggi è qui per rispondere alle nostre brevi domande di rito.

Un tema particolare, quello trattato dal film, inusitato. Come è nata l’idea?
E’ ispirato a una storia vera basata sulla testimonianza di un’amica comune, mia e del mio cosceneggiatore Antonio Manca.

Da lì siamo partiti con un’indagine più approfondita; abbiamo incontrato dei Testimoni di Geova a Roma in una Sala del Regno; abbiamo fatto delle interviste a Testimoni di Geova usciti dalla Comunità, abbiamo avuto un consulente, un ex Testimone di Geova, che ha scritto un libro autobiografico sulla sua esperienza e che poi ha letto tutte le varie stesure della sceneggiatura.

Pian piano abbiamo scoperto un mondo che non conoscevamo; quindi  è stata molto importante tutta questa fase di ricerca per essere il più verosimile possibile.

 

Nel film si possono notare due momenti: la premessa culturale sulla teocrazia restaurazionista del movimento e le conseguenze che tale “credo” può comportare una volta i Testimoni entrino in contatto con il ” mondo”.

Abbiamo pensato  fosse giusto dare un’immagine la più obbiettiva possibile della formazione culturale dei Testimoni di Geova, con molta calma, tranquillità e serenità per sottolineare poi a cosa può portare una teologia morale, così intensamente vissuta separatamente dal reale quando poi viene messa a confronto con questo, con il quotidiano, con le passioni e pulsioni di una giovane donna.

Noi volevamo in qualche modo contrapporre questi due mondi: il mondo un po’ più ovattato,  protetto, come sotto la campana di vetro della prima parte della sua vita, cioè dei Testimoni di Geova al mondo vero tra virgolette cioè quello che i Testimoni definisco “mondo” ovvero il luogo della perdizione. Le persone del mondo per loro sono le persone che non appartengono alla comunità quindi quello è il luogo dove  non bisogna andare per non perdersi, è il luogo di perdizione per eccellenza diciamo inteso biblicamente.

La cosa che rimane sostanziale è la linea di trama cioè di un doppio percorso di emancipazione da due dipendenze; dalla religiosità sussunta nell’ambiente in cui era nata e cresciuta in cui lei comunque credeva, dall’amore prima col ragazzo sbagliato poi da Libero cioè dal personaggio interpretato da Michele Riondino che è un secondo momento di coraggio di lotta di un passaggio anche doloroso che però le permetterà probabilmente in futuro di capire che cosa vuol fare veramente lei della sua vita, lei che all’inizio del film sembra estremamente  fragile si  rivela poi il personaggio più forte.

due contrapposizioni ma fra due dipendenze in cui la ragazza è il simbolo della fatica di essere se stessi;

 

La peculiarità del tema trattato ha creato problemi alla distribuzione?

Quando è stato annunciato  l’invito a presentare il film al Festival di Venezia, alcuni giornali nazionali hanno parlato del film e mi hanno fatto delle interviste. A quel punto abbiamo registrato   che sui social network, su internet c’era un grande pregiudizio negativo dei Testimoni nei confronti del film è un pregiudizio invece molto positivo da parte degli ex Testimoni, ma non c’è stata una presa di posizione ufficiale da parte della Comunità dei Testimoni di Geova riguardo al film..

C’è stato riferito che nelle Sale del Regno ne è stata sconsigliata la visione; sappiamo anche che alcuni giornalisti hanno ricevuto delle lettere, da parte dell’ufficio stampa della Comunità dei Testimoni di Geova, che lamentavano i toni usati dal giornalista nell’articolo; però non chiedevano di essere pubblicati. Diciamo che questo rientra nello stile riservato dei Testimoni che non hanno piacere a parlare, confrontarsi in pubblico sui propri temi religiosi.

E’ successo pure che gli esercenti delle sale nelle quali il film si sarebbe proiettato invitassero la congregazione locale a partecipare alla proiezione e ad un eventuale dibattito. Sostanzialmente loro con molta educazione hanno declinato l’invito spiegando che non prendono parte a discussioni pubbliche sulla propria religione.

Grande riscontro invece da parte degli ex Testimoni che spesso mi aspettano al termine della proiezione per dirmi che hanno amato il film, che si sono visti rappresentati, che lo hanno trovato realistico. Questo per quelli che ho incontrato sia in Italia che all’estero perché poi il film fortunatamente ha girato parecchio nei festival stranieri che sono ovunque e dove ha riscosso pareri più che positivi così da avere la distribuzione nelle sale italiane di Bolero Film un risultato positivo per un’opera prima drammatica.

 

Il risultato del film è anche dovuto alle indiscutibilmente ottime prove di tutti gli interpreti. La protagonista è così convincente da ingenerare il dubbio che sia veramente una Testimone

Sara Serraiocco la protagonista femminile è un’attrice e non è una Testimone di Geova. Era una danzatrice scoperta da due registi siciliani, Grassadonia e Piazza che hanno esordito nel 2013 con un film Salvo (*) che vinse il premio de la semaine de la critique a Cannes: la scelsero come protagonista, quindi lei iniziò così in grande stile.

Una volta che abbiamo finito il promo abbiamo capito che doveva essere lei e quindi le ultime stesure di sceneggiatura le abbiamo scritte pensando a lei quindi le ho cucite su di lei. Nel frattempo lei ha fatto altri 3 o 4 film e sarà a Venezia con  un altro film, Gli ultimi sette mesi li ha passati in America a girare una serie americana di quelle grosse quindi sta lavorando su più fronti.

E’ un’attrice molto espressiva, in maniera naturale, perfetta per il cinema. Ha anche qualcosa di un po’ misterioso nello sguardo che sembrava perfetto per il personaggio che poi avrebbe dovuto interpretare. Avere anche questo lato spirituale.

Diciamo che la performance è stata buona anche grazie al fatto che lei è Michele Riondino mi hanno dato la possibilità di provare prima di girare. Non è scontato che in un film, non solo piccolo ma anche grande, gli attori arrivino così preparati sul set perché spesso magari stanno girando altre cose, Arrivano fanno due letture di copione col regista e poi girano; invece noi siamo stati una decina di giorni a provare tutte le scene madri. C’era anche Antonio (Manca) che affinava  man mano i dialoghi; a volte abbiamo addirittura messo in discussione l’articolazione interna di una scena e quindi siamo arrivati sul set che eravamo tutti più sereni.

Le prove le abbiamo fatte nei sotterranei del Centro Sperimentale nei locali delle moviole che non ci sono più, ormai in disuso.

 

Il film vuol essere una denuncia contro ogni tipo di manipolazione, ogni radicalizzazione.

Di qualsiasi genere esse siano, sono negative; la storia narrata nel film può essere considerata così una metafora estensibile a molte situazioni analoghe.

 

 

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

santa marinella film festival

 

 

(*) (Salvo opera prima di Grassadonia e Piazza,  prodotto  da Massimo Cristaldi era un film originariamente privo di distribuzione in Italia. Un film impegnato e impegnativo che i distributori lo evitavano. Il santa marinella film festival ha avuto il coraggio di presentarlo. ndr)