E’ con noi Rossella D’Andrea coautrice della sceneggiatura del film Acqua di Marzo nonché interprete, presentato al santa marinella film festival  il 25 luglio 2017 e alla Festa del Cinema di Roma  nel programma ‘kino Panorama Italia’  di ‘Alice nella città’

 

Domanda d’obbligo a chi ha scritto il film: – come nasce un soggetto cinematografico da cui poi scaturiranno trattamento e sceneggiatura?

L’idea di Acqua di Marzo è nata da un’immagine, quella che poi è diventata l’inquadratura finale del film, un giovane uomo ed una giovane donna nudi sotto la pioggia; e da un titolo, Acqua di Marzo, appunto, che mi risuonava in testa. Dall’immagine di due giovani bagnati da un acquazzone estivo è partito il tutto, una storia che si è trasformata mille volte e che ha raccolto idee lasciate fermentare fin dal periodo di dopo le riprese di Spaghetti Story, l’opera prima di Ciro, che pure abbiamo scritto insieme, autoprodotto, pasciuto e coccolato fino all’uscita in sala, con modalità fieramente folli. un film che è diventato un caso, uno dei rari casi di film indipendenti “low budget” ad incassare al botteghino

 

Invece, per Acqua di Marzo abbiamo trovato un produttore, Bruno Altissimi di Albafilm 3000. E’ stata proprio la scommessa vinta con Spaghetti Story a portarci fortuna, dato che la proposta da parte del produttore è partita dopo aver visto Spaghetti al cinema e aver proposto a Ciro di produrgli l’opera seconda, che fosse ancora una volta scritta a quattro mani insieme a me!

 

La presenza di un  produttore sin dall’inizio della preparazione di un film può limitare la libertà degli autori?

In fase di scrittura, Ciro ed io abbiamo ricevuto massima libertà di espressione. Ma i vincoli e limiti produttivi si son lasciati sentire molto di più in fase di riprese e montaggio, e poi distribuzione: avere un produttore non significa necessariamente avere a disposizione tutto il budget, e dunque anche il tempo, di cui si avrebbe bisogno; e, soprattutto, non garantisce la distribuzione capillare o quantomeno adeguata alle attese che ogni autore ha per la sua creatura.

Acqua di Marzo ha scampato, credo, il pericolo che un’opera seconda venuta dopo un film fuori dagli schemi, fresco e ironico come Spaghetti Story rischiava di correre, ovvero la delusione da parte di tutti i fan che speravano in un sequel del film.

Acqua di Marzo, per la gioia e la sorpresa mia e di Ciro, è stato apprezzato in maniera trasversale, da giovani e anziani, da pubblico e critica. Rispetto all’esperienza avuta con Spaghetti Story, sono mancati un po’ i festival in giro per il mondo, ma questo credo sia in parte dovuto alla politica che il produttore ha scelto di applicare.

 

Oltre che ad aver scritto il film con Ciro De Caro ed avere interpretato il personaggio di Francesca, sei anche intervenuta nella fase di montaggio?

Con Acqua di Marzo ho sviluppato un rapporto molto materno. Seguire per circa due anni un progetto, esserne coinvolta in ogni fase del suo sviluppo, da quella embrionale, alla gestazione, nascita, e poi avere addirittura come sede del montaggio casa mia, non è esperienza che capita a tutti, tutti i giorni, io mi sento molto fortunata! L’esperienza di essere al contempo autrice ed interprete in un film, poi, è davvero illuminante, e mi ricorda come ogni fase del lavoro (sceneggiatura, regia, interpretazione, montaggio) ne rappresenta una vera e propria riscrittura, e che ogni partecipante ne è in un certo senso autore. Ogni film è frutto di un lavoro di squadra, e potrei dire che il Cinema è lo sport più bello del mondo!

 

La scelta degli attori, a prescindere dal personaggio di Francesca, Ha presentato problemi?

Mentre riguardo a me e Claudia Vismara, Ciro aveva deciso fin da subito che saremmo state rispettivamente la Neve e la Francesca di Acqua di Marzo, la scelta del protagonista maschile è stata più tormentata. Roberto Caccioppoli è arrivato nelle fasi finali di un casting durato fino a poche settimane dall’inizio delle riprese, è riuscito a convincere Ciro, ed ha donato al personaggio di Libero la sua personalità dalle sfumature inaspettatamente innocenti e fresche; anche qui, l’ennesima “riscrittura” che dona quel qualcosa di inaspettato e vivo ad un film.

Altro elemento che rende per me speciale questo film: l’esilarante personaggio di Don Gianni è stato interpretato dal mio papà, attore ed istrione nato, ma alla sua prima apparizione sul grande schermo. La sua interpretazione non ha deluso, anzi! Ha riscosso davvero tanta simpatia fra il pubblico, e ha fatto di Don Gianni un personaggio che resta nei cuori; assieme al mio, devo dire, e di questo sono davvero tanto orgogliosa, e grata a Ciro e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo progetto.

 

L’accoglienza del pubblico?A Santa Marinella?

Come per Spaghetti Story, Ciro ed io abbiamo seguito personalmente la promozione del film, impegnandoci ad incontrare il pubblico in sala dopo le proiezioni, svelando retroscena, rispondendo alle curiosità, raccontandoci. Credo che instaurare un rapporto diretto col pubblico sia fondamentale; per Spaghetti Story fu di fondamentale importanza, dato che nessuno allora ci conosceva, ed è un approccio vincente che dopo di noi è stato adottato da altri autori indipendenti.

E’ per questo motivo che festival di taglio “popolare”, dove il pubblico è fatto di affezionati amanti del cinema e non di “addetti ai lavori”, come quello di Santa Marinella, si sono rivelati per noi un pieno di soddisfazioni, regalandoci quello scambio che spesso a chi fa cinema manca, soprattutto all’attore che fa cinema. Sentire dal vivo gli applausi della platea, ricevere complimenti e critiche guardando negli occhi chi te li fa, è un po’ come ricevere ciò che in teatro invece ti arriva costantemente dandoti energia e motivazione.

I riconoscimenti più belli, sia nel caso di Spaghetti Story che in quello di Acqua di Marzo, ci sono arrivati “dal basso”, dai festival “piccoli” ma genuini. A riprova che il nostro è un cinema che vuol parlare alla gente della gente come noi.

Io vorrei che il cinema italiano diventasse sempre più coraggioso. Che i produttori osassero di più, lasciando più spazio al loro fiuto artistico nella scelta dei progetti da realizzare, e meno spazio a cifre, statistiche e trend. Il pubblico italiano è onnivoro come quello estero, e sicuramente ama e cerca il bello, desidera essere coinvolto, emozionato, stupito. Ma come qualsiasi onnivoro, se il convento passa solo patate, lui si adatterà a mangiare solo patate, magari cucinate i modi diversi, ma finirà per aspettarsi e, alla fine, desiderare solo quelle.

Io vorrò sempre raccontare di ciò che conosco. Ripeto spesso che l’unica maniera per poter rendere una storia universale è quello di raccontare il proprio mondo, di raccontare il particolare. Perché raccontare ciò che si conosce bene è l’unico modo per poter dire il vero. E il vero è universale, perché nel vero è difficile non riconoscersi, anche se la verità è scomoda, anche se a volte fa male.

 

A cura della dr Grazia Sette

responsabile dell’Ufficio Stampa

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